7 novembre 2013

Arboranthropos

mp2a - via buonarroti, 30 - Roma

Lo studio mp2a ospita la pittura surrealista di Mauro Sgarbi.
15 opere dell'artista saranno esposte negli spazi dello studio in Via Buonarroti, 30, 00185 Roma.
L'evento si terrà il giorno 7 novembre 2013 a partire dalle ore 19:00.

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ARBORANTHROPOS,
OVVERO PAN LASCIA LA CITTA’
.
PER UNA LETTURA DELL’OPERA PITTORICA DI MAURO SGARBI
Di Patrick Gentile

C'è qualcosa di Hieronymus Bosch nella pittura surrealista di Mauro Sgarbi, e c'è perfino qualcosa del Tasso.
E di Shakespeare (torna in mente il buon vecchio Puck ciondolante tra le frondose volte del Sogno). Sarà lo sfondo, il palcoscenico senza tempo del suo universo pastorale. Oppure la dissoluzione della realtà prosaica a favore di un iperrealismo lirico, qui chiave indispensabile per poter schiudere i tanti lucchetti dell’imponderabile. In altre parole, una bramosia di ‘altrove’ e sana alterità. Che ci conduce a misurarci con archetipi remoti ma ancora fortemente familiari.

Perché attraverso i suoi quadri Sgarbi vuol riappropriarsi, sia per se stesso che per noi, di un preciso e definito immaginario, al limite tra il mitologico e il favoloso e lo psichedelico. D’altra parte fin dalle sue prime opere quel che ci troviamo davanti è non soltanto la trasognata e surreale mise-en-abyme
boschereccia cui il pittore pian piano abitua il nostro occhio metropolitano, quanto un elemento fortemente tangibile, naturalistico e pur tuttavia simbolico al contempo. Citiamo, per fare un paio di esempi, ” Rex Sivàrum ” e “ 11 ” realizzati entrambi nel 2013, in cui due quadrupedi, prima un rottweiler poi un lupo, si pongono quasi a difesa delle figure protagoniste, baluardi fidati contro lo sguardo intemperante di noi spettatori distratti, arruolati col nobile scopo di ricacciar indietro quell’eventuale scrutare indistinto, onnivoro e sbadigliante, tipico dei nostri tempi sciamannati. Quel precipitoso degustare senza mordente.
Perché, superato il primo ingenuo impatto, ci accorgiamo che l’autore vuol sì tinteggiare un dramma profondo, ma anche, sempre, una sua possibile risoluzione. Non solo mediante le legittime connotazioni autobiografiche, ma con qualcosa di inedito. Il satiro sta per volgerci le spalle, forse ci osserva frontalmente per l’ultima volta, si smarrirà fra poco nella macchia dei boschi che si perdono dietro di lui e non ci domanda certo di accompagnarlo. E così ci dicono pure i due tronchi antropomorfi nel loro delirante e reciproco inabissamento verso la probabile fine dell’Amore Panico. In questo secondo caso il cane è alla base del tronco femminile, ma, pur proteggendolo dagli assalti dell'aquila (pietrificata), in alto davanti a lui, non perde quel suo tratto luttuoso, quel suo marchio di tenebra. E se non risplendessero, vibratili, le ali delle farfalle, o le selve incantate alle spalle del giovane Pan, nel secondo dipinto, crederemmo davvero in quel che già Plutarco nel suo De defectu oraculorum ci raccontò. E cioè di come Pan sia stato l’unico dio a dover incontrare la Morte. Sgarbi ci consola ancora una volta invece, promettendoci vette innevate in lontananza e una quinta onirica, verso la quale riusciremo, prima o poi, ad andare anche noi.

Tecnicamente è impressionante l’impatto materico del colore usato da Sgarbi, quasi che esso fosse uno smalto perfetto. Anche quando lavora col pastello. Prendiamo in considerazione “ Fly like a kite ”, realizzato nel 2009, dove cruda e abbagliante è la vividezza delle molte tonalità stese in modo netto, e in cui notiamo una saturazione compatta, nitidissima, e a suo modo espressionista, dei pigmenti che compongono le forme naif e i contenuti del paesaggio stesso: dalle due minuscole figure umane, alla carcassa del bisonte, agli elementi vegetali immersi nella desolazione (apparente) del deserto. C’è un’invisibile direttrice poi. A osservarla con attenzione ci si accorge che taglia perfettamente la tela in diagonale, e crea così un effetto straniante e geometrico, poiché unisce (e ce ne accorgiamo appunto solo in un secondo tempo) la terrestrità della pianta che spunta dall’angolo destro in basso, alla nuvola emblematicamente antropomorfa posta nell’angolo opposto, in alto, a sinistra. Questo ci aiuta splendidamente a scoprire il tema centrale dell’opera di Sgarbi. La natura antropomorfa porta in sé il Divino: Dio è combinato con l’Uomo e con le cose naturali, secondo una metafisica del tutto univoca e per questo alle volte spiazzante.
Attraverso questa bipolarità semantica ecco come, soprattutto in questo quadro, il tramonto semplicemente (ac)cade. Si fa cioè Soggetto di-per-sé, ha una sua propria forza eroica e tragica, un suo proprio fuoco dirompente. Potremmo sospettare addirittura che nessun tramonto riesca di fatto ad eguagliare il tramonto nel deserto (forse messicano), che qui addirittura si fa iperbole. E poi vediamo e subiamo il vento. Un vento enorme e smisurato che, con le sue raffiche purificatrici, scende dalla mano dell’Onnipotente fin sopra questa inospitale terra di nessuno, smuovendo i cuori oltreché le menti. E permette al fragile aquilone – assurto, grazie al tratto dell’autore, a bizzarro ma esplicito emblema della comunione fra il sovrasensibile e i comuni mortali – di sollevarsi dal suolo rovente e sabbioso di una landa malinconica e devitalizzata per librarsi felicemente nel cielo, lontano dalle città e dal mondo tutto, consentendo infine un possibile e miracoloso incontro d’amore.

Mauro Sgarbi è nato a Petaling Jaya, piccolo centro abitato nell’isola della Malaysia, il 26 settembre del 1972, si è stabilito a Roma nell'estate dell'82. Dal 1994 al 1996 ha frequentato la Scuola Romana dei Fumetti.
Nel 2004 studia tecniche di Modellazione 3D e Animazione 3D. Nel 2006 frequenta un corso intensivo di Modellazione 3D e Animazione c/o la “VanArts” in Vancouver (Canada). Dal 2006 al 2010 frequenta la< “Academy Program Study” del maestro d’arte Michele Varvo. Nel 2010 frequenta il corso accademico di nudo alla RUFA (Rome University of Fine Arts) ed entra a far parte della scuderia del critico d’arte Daniele Radini Tedeschi.
La sua è una tecnica mista: olio su tela, acrilico su tela, acrilico su cartone, pastelli su carta.